11.02.2016: Premio letterario - Giuliana Balzano

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11.02.2016: Premio letterario

Opere > Racconti
Seconda classificata alla VI Edizione del Premio letterario "Collegio IPASVI di Ragusa"

.... e io sognavo di fare l'infermiera

Non era stata una giornata come tutte le altre o meglio era stata la giornata del verdetto finale.
Ci avevano riunito, ci avevano declassato.
Non avremmo più lavorato in un Pronto Soccorso ma in un Punto di Primo Intervento.
Non saremmo più stati un gruppo di quattordici infermieri ma un gruppo di dieci unità.
Subito pensai: 'La matematica non è un'opinione: ci sarebbe stato un turno con un solo infermiere in servizio.'
Stavo lì, seduta ad ascoltare ciò che tutti dicevano, ogni collega parlava sull'altro, il brusio era fastidioso.
Sì, stavo lì ed osservavo ogni volto. Ed è proprio in quel momento che ho capito una cosa, mai come in quel momento mi sono venute in mente le parole della mia prima tutor, quella piccola suora vestita di bianco, che portava quel suo bel crocifisso argentato al collo che in proporzione al suo fisico era più grande di lei.
Chiusi per un attimo gli occhi e afferrai il concetto, la saggezza di quel concetto: prendersi cura degli altri lo si fa con il cuore, con le parole, con i gesti non con la matematica, non con i conti e i bilanci. Purtroppo in quel momento si stava verificando il contrario.

La comunicazione attiva e passiva è quello che siamo, che sentiamo, che pensiamo. Sono i segni del nostro essere, che in certi momenti della nostra vita è malato, è egoista, fa il suo gioco, è interessato, ha paura, è furioso.
Molte mani era strette a pugno, molte labbra erano morsicate dai denti: ecco la rabbia!
Altre mani rintanate in una tasca: ecco la paura!
Alcune braccia erano conserte: ecco la chiusura!

Ma le parole di quella mia piccola e dolcissima suora, che avevo la fortuna di tenere nei miei ricordi, mi rimbombavano nella testa. La piccola suora urlava, avevo paura che gli altri la sentissero, magari proprio quelli che erano ai vertici, che avevano deciso le nostre sorti, che erano stati costretti, per far quadrare il bilancio, a fare certe amare scelte.
Allora mi alzai e con calma pronunciai quelle parole: “Prima di essere infermieri occorre essere -esseri umani-.”
Questo ripeteva quella piccola donna con appeso il crocifisso al suo collo, ogni mattina prima che entrassimo in corsia, prima che iniziassimo il nostro tirocinio. Ancora oggi mi chiedo se qualcuno mi abbia sentita.
Anche quella giornata arrivò al suo termine. Un nuovo sonno in una nuova notte e poi un altro giorno e un altro giorno ancora... e un altro giorno ancora... e poi la nuova realtà lavorativa.

È mattino, ore 06,15.
Accidenti: la sveglia! Stamattina vado a lavorare in un PPI*.
Mi alzo più stanca di quando sono andata a dormire. Lo stomaco non mi mente mai: ho l'Ansia. Un'Ansia che mi fa una precisa domanda. Mi chiede di trovare l'incognita di questa proporzione: IP:PS=X:PPI**.
Faccio un patto con l'Ansia, lei accetta, le risponderò dopo. Esco di casa, passo prima dal tabacchino, devo comprare una marca da bollo che mi servirà appena uscita dal lavoro. Ho il vizio di portarmi avanti. Non dovevo farlo ma è troppo tardi. Il tabacchino è anche un'edicola e sulle locandine purtroppo leggo quello che non avrei mai voluto leggere: -Da oggi Pronto Soccorso chiuso-.
Entro dentro la tabaccheria. Chiedo la marca da bollo, la pago ed esco. Mi fermo di nuovo davanti alle locandine. Rientro dentro: “Ma non è chiuso il Pronto Soccorso, è solo declassato, se scrivono chiuso nessuno verrà. Questa non è informazione. È menzogna!”
“Signora, non scrivo io i giornali e tanto meno le locandine.” Mi risponde il gestore.
Incasso la risposta, esco dalla tabaccheria e tra le tante incertezze della mia vita da infermiera ne ho una che invece è pura certezza: sarà una brutta giornata.
Arrivo nello spogliatoio. “Ma davvero vi chiudono? Ma da oggi? Cosa vi hanno detto? A te dove ti metteranno? Che tristezza però a quarantacinque anni essere spostati. Dopo più di vent'anni di servizio.” Mi dice una collega della dialisi.
Annuisco. Mi cambio il più velocemente possibile. Esco dallo spogliatoio ed entro nell'ascensore. Ecco vicino a me l'Ansia con la sua proporzione: “IP:PS=X:PPI?”.
Prendo ancora tempo ma sono ancora più certa di prima: sarà sicuramente una brutta giornata.

Entro nella cucinetta del PPI. C'è il solito e buon profumo di caffè. È la nostra usanza, il nostro augurio di buongiorno anche quando non ci sopportiamo l'uno con l'altro: chi smonta dalla notte prepara il caffè al turno che monta al mattino. Manca qualcosa però, il contorno al caffè, mancano i soliti discorsi, le solite polemiche.
Regna un pesante silenzio e le consegne sono dei telegrammi:
letto uno: paziente uomo in OBI***, cinquanta anni, dolore toracico, esami negativi. Alle otto ripete enzimi cardiaci.
  • letto due: paziente donna in OBI, novanta anni, trauma cranico, stamattina ore dieci ripete TAC cranio.
  • presala: paziente uomo, trenta anni, colica renale. Esami da portare in laboratorio. In corso fisiologica con Rilaten.

    Ciao e buona mattinata.

    Annuisco ma dentro di me impreco e puntuale l'Ansia mi chiede: “IP:PS=X:PPI ?”
    Sono le 8,30, sentiamo un rumore davanti alla porta di accesso. Io e la mia collega usciamo a vedere cosa sta succedendo fuori.  Proprio davanti all'entrata ci sono due operai, uno è su una scala. Stanno togliendo il cartello con scritto -Pronto Soccorso-. Lo sostituiranno con -Punto di Primo Intervento-. Penso: 'Ma che velocità a cambiare i cartelli!'.
    Di nuovo l'Ansia: “IP:PS=X:PPI?”.

    Sono le dieci del mattino, sono tre ore che io e la mia collega abbiano preso servizio e non abbiamo ancora visto nessun paziente. Per fortuna abbiamo i pazienti in OBI a farci compagnia. Da domani nemmeno quelli. Le ambulanze vengono tutte dirottate all'ospedale a mezz'ora di viaggio da noi. Anche i codici verdi. La gente ha letto, il Pronto Soccorso è chiuso. Nessuno verrà. Nessuno verrà più? Ci hanno tolto due colleghe, tra una settimana turneremo sole al mattino. Ce la faremo?
    Risposta: “IP:PS=X:PPI?”.
    L'Ansia è ineducata, non sa che non si risponde ad una domanda con un'altra domanda, quindi le volto la faccia e non le rispondo.
    Sono le 12, non è ancora venuto nessuno. I pazienti che erano in OBI vengono dimessi. Siamo soli: io, la mia collega, la mia caposala e il medico. Incomincio a sospirare e a girare a vuoto nelle due sale del PPI.
    Ore 13, nessuno, ore 14 uguale. Ma è finita, me ne posso andare.
    Arriva il cambio: nulla da segnalare... a parte il vuoto dentro.

    “Non ci provare Ansia a farmi quella domanda, non ti risponderò nemmeno ora”.

    Passano i giorni ma i pazienti non passano più...
    Puntuale ritorna l'Ansia: “IP:PS=X:PPI ? Potresti rispondermi ora, non farla troppo lunga cara la mia Infermiera, non essere così piena di te, dillo che hai paura della risposta, dillo che sai il risultato ma hai paura di scriverlo.”
    Le volto di nuovo la faccia e non le risponderò nemmeno oggi, probabilmente nemmeno domani. Conosco l'Ansia spesso è invadente e inopportuna ma sa aspettare, quindi aspetterà. E poi domani farò il turno notturno, avrò tempo per pensare e risolvere la proporzione.

    Ore 23, donna cinquantasei anni, diabetica con tachicardia e dolore addominale. Suona alla porta, è accompagnata dal marito e dalla figlia. Le loro facce esprimono paura.
    “Potete aiutarci? Avevamo capito male, non siete chiusi. Grazie a Dio.” La donna è dispnoica. Prendo subito una sedia a rotelle e la faccio accomodare. Dico ai parenti di sedersi e aspettare in sala d'aspetto. Porto la paziente nella sala più grande. La mia collega esegue il triage. La paziente ha portato con sé tutta la sua documentazione sanitaria e la terapia che assume. Donna molto precisa, non è da tutti. Spesso i pazienti, soprattutto quelli più anziani, non sanno mai cosa assumono o di quale patologia soffrono. Prendo i parametri, il medico esegue la visita, consulta l'elettrocardiogramma appena fatto e stabilisce che esami del sangue fare alla paziente. Inserisco un ago cannula nel braccio della donna, riempo le provette che mi servono per gli esami. La mia collega è subito pronta a prenderle e si appresta ad eseguire gli stessi.
    “Ma perché c'era scritto che eravate chiusi? Ma se fate anche gli esami del sangue. Questi politici sono solo capaci a mentire e ad incassare i nostri soldi. Voi siete degli angeli e valete oro.”
    La paziente scoppia a piangere. La mia collega le prende una mano. Io l'altra. Ci racconta la sua vita, delle sue figlie, di una che è morta quando aveva solo diciotto anni, dei suoi problemi economici.
    Chi non l'ha mai fatto, non sa che quando tieni nella tua mano la mano di qualcuno che sta male davvero, che ha paura, un'immensa paura di morire e di non portare a termine le cose che voleva fare, di non poter dire le parole che voleva dire, i -ti voglio bene- e  i -ti chiedo scusa-, non sa come sia il calore che si sente nella propria mano. Questa sensazione la comprende solo chi l'ha fatto, chi ha stretto certe mani attraverso il cuore, passando dal cuore, con la forza del cuore. Siamo abituati a lavorare come ad una catena di montaggio: paziente, triage, parametri, elettrocardiogramma, esami... e neanche sempre, a volte qualcosa si salta. E sarà sempre peggio se resteremo solo un infermiere per turno. Chi avrà bisogno di sentirsi stringere la mano non potrà vedere soddisfatto il suo bisogno. Ma forse chiuderanno baracca e burattini e finirà questa agonia che dura da anni: chiusura o continuazione dei servizi? Sta diventando questo il nostro quotidiano lavorativo, l'incertezza fa da padrona. Non si parla d'altro. Ora si guarda la graduatoria e si spera. Quanti infermieri verranno spostati ancora? Ci sarò anche io tra i prossimi? No! Non può diventare questo il mio quotidiano infermieristico.  

    “IP:PS=X:PPI?” No, non rispondo ancora.

    Bisogna trasferire la paziente in Unità Coronarica e organizzare il trasporto. La paziente ora piange: “Morirò? Perché se è così, se il rischio è così alto lasciatemi morire qui.”
    Respiro profondamente: “Non morirà signora, stia tranquilla, semplicemente il suo cuore è un po' stanco. Il medico la trasferisce per ricoverarla nel posto più consono alla sua situazione. Ma ora verrà lui a spiegarle tutto per bene. Mi faccia un sorriso, non le sto mentendo.”
    Chissà come mi sentirei io se fossi al posto di quella signora, se improvvisamente la mia vita diventasse un'ambulanza da attendere e un carosello di divise bianche. Dovrei smetterla di calarmi sempre nella parte degli altri. Oramai sono grande, anzi visto i risultati della graduatoria sono quasi una vecchia infermiera.

    “Spero di venirvi a trovare presto, magari con una torta.”.
    “Certo che verrà a trovarci presto, la metteranno in sesto e starà meglio di prima.”

    La signora con le sue speranze viaggia in ambulanza. Io con le mie vado in cucina a preparare il caffè. Mi siedo e, nel vetro della finestra che mi sta davanti, mi rivedo allieva, quando ancora si portava il velo, quando ancora gli ospedali erano ospedali e non aziende, quando ancora si poteva sognare. E io sognavo di fare l'infermiera.

    È l'una. Suonano alla porta.
    “Scusate se vi disturbo ma ho un forte mal di stomaco da diverse ore. Ho preso un Maalox ma non mi passa.”
    “Non deve scusarsi. Mi segua e si corichi qui.”
    “Pensavo foste chiusi. Ci ho provato e mi è andata bene.”.
    Io e la mia collega ci guardiamo in faccia e lei prima di me esordisce con: “No, per ora di notte siamo ancora aperti. Ci hanno solo trasformato in un Punto di Primo Intervento. Appena riesce mi dice il suo nome?”.
    Il paziente inizia a vomitare e tra un conato e l'altro risponde alle domande.
    Il medico oltre ad essere il medico di turno del PPI svolge anche il ruolo di guardia medica interna dell'ospedale e si trova al piano superiore nella Divisione di Medicina per visitare un paziente ricoverato che lamenta dolore toracico.
    “Ora il medico arriva, abbia pazienza ma è salito in reparto per visitare un paziente ma è stato avvisato che lei è qui.”
    Il paziente continua a vomitare ed il vomito è biliare, è sofferente e ipoteso.

    È in questi momenti che vorrei lavorare in un grande ospedale, dove hai sempre un medico presente, dove l'attesa dell'arrivo del medico è più breve, dove puoi lavorare con più tranquillità. Ho paura, confesso che ogni volta in questi occasioni ho paura. Non la do a vedere, sono brava a mascherare, mi sono esercitata per anni e l'esperienza mi ha insegnato che il paziente non deve vedere che il camice bianco che gli gira intorno ha paura. E io lavoro per il paziente, per il suo bene, non per il mio. Così mi hanno insegnato, così quella piccola suora mi insegnava, quando ancora portavo il velo e mi sentivo importante. Tra quei letti sorridevo e potevo ancora sognare. E io sognavo di fare l'infermiera.
    Il medico visita il paziente e imposta la terapia. Gli togliamo i vestiti bagnati di sudore, gli facciamo indossare uno dei nostri camici, finalmente ha smesso di vomitare.

    “Scusatemi, ho fatto un macello.”
    “Si figuri, quando si sta male, si sta male e basta e poi vomitare non è per nulla divertente.”
    “Certo ha proprio ragione infermiera. Senta volevo chiederle ma cosa è un Punto di Primo Intervento? O meglio cosa è cambiato rispetto a  prima?”.
    “Ecco bella domanda! Diciamo che in teoria i codici gialli e rossi non dovrebbero più passare da qui. Dovremmo prestare assistenza solo ai codici verdi.”.
    “Mi scusi, forse non capisco. Uno come fa a sapere prima che codice è. Io ad esempio che codice sono?”.
    “Mi sono spiegata male io o meglio sono stata imprecisa. Le ambulanze dovrebbero solo portare codici verdi. Infatti abbiamo avuto un calo di accessi.”
    “E certo che avrete registrato un calo. Se non fanno più passare le ambulanze da qui. Però ci saranno ben quelli che vengono con i propri mezzi, come ho fatto io. Di questo ne devono pur tenere conto. E poi scusi ma un codice rosso non ha bisogno di assistenza medica e infermieristica?”.
    “Certamente, infatti viene mandata l'automedica sul luogo di chiamata. C'è tutto un lavoro di centrale del 118”.
    “Ah, beh certo. E se ci sono due codici rossi? Ad esempio un incidente stradale con ferito importante e un infarto? Hanno aumentato le automediche, ora ce ne sono più di una?”.
    “No, ce n'è sempre una sola. In quel caso l'equipaggio dell'ambulanza avrà l'ordine di portare un paziente qui da noi”.
    Il paziente ride: “Ma se voi dovete vedere solo i codici verdi! Certo che se la sono studiata proprio bene. Non ho parole.”
    “Infatti ora lei dovrebbe solo riposare. Non stia a pensare alle cose brutte e a tutti questi codici rossi. Comunque lei era un codice giallo, ora verde!” Gli sorrido, un sorriso a volte serve.
    “Infermiera!”
    “Mi dica.”
    “A me non piace il colore giallo, tollero a mala pena il verde. Il bianco, a me piace il bianco.”

    Esco dalla stanza: sì, a volte un sorriso aiuta.

    Sono quasi le tre del mattino e come sempre a quell'ora mi viene fame. La mia collega ha preparato il caffè. Mi porge la tazzina bella fumante: “Dimmi quello che pensi, ne sposteranno altri? In tal caso la prossima sarei io. Secondo te chiuderanno di notte?”
    “Non lo so, come faccio a saperlo? Dico solo che stiamo perdendo di vista il nostro lavoro e il paziente. Dovremmo parlare di questo. Dovremmo cercare di capire quale siano le cose da fare per soddisfare i bisogni di chi sta male con quel poco che ci hanno lasciato. E dico anche che tu fai un buonissimo caffè. Vado a vedere se quel poveraccio dorme.”

    Ore 4. Suonano alla porta.
    Un uomo entra portando una donna a braccetto: “Guardate qui, ha perso tanto sangue dalla gamba.” Prendo una comoda e faccio sedere la signora. Sicuramente le si è aperta una varice. La porto dentro la sala dove la mia collega, con guanti alla mano e dopo averla fatta coricare sul lettino, le toglie l'asciugamano che teneva intorno alla gamba.
    Tranquillizziamo figlio e paziente.
    “È una varice che ha deciso di fare i capricci.” Spiega il medico e si appresta a dare un punto di sutura.
    La donna scoppia a piangere.
    “Perché piange signora? Guardi che il medico le sta dicendo la verità non è una cosa grave.” Le dico io.
    “Sì, lo so, mi era già successo un anno fa. Ma vede oramai sto diventando un peso per mio figlio. Guardi a che ora l'ho dovuto buttare giù dal letto. E alle 6 deve prendere servizio in fabbrica.” Mi risponde la donna tra un singhiozzo e l'altro.
    “Mamma, a loro non importa a che ora devo andare a lavorare. Anche loro stanno lavorando. Sta tranquilla, ti porto a casa e poi vado a prendere servizio.”

    E chi lo dice che a noi non importa? Cosa era più importante per quella donna? Quell'antipatica e capricciosa varice o la sua vita che con la vecchiaia stava cambiando in peggio? Quella donna era agitata e nel panico, aveva paura che l'incidente potesse ricapitarle, magari alle 2 del mattino o peggio quando nessuno poteva soccorrerla. La varice ha smesso di sanguinare con un punto, il cuore della signora avrebbe continuato a farlo... quell'angoscia che si sentiva dentro avrebbe continuato a tormentarla.
    Mandiamo a casa i pazienti convinti di averli curati e rimessi a posto ma a volte non è così. E questo era un caso di quelli, un caso che la mia piccola suora avrebbe detto -non da pastiglia ma d'amore-.
    La signora esce dal nostro PPI come vi era entrata, a braccetto del figlio. Io torno in cucina. Mi riempio un bicchiere d'acqua, in quell'acqua mi specchio e mi rivedo allieva. E io sognavo di fare l'infermiera.

    Ore 6. Suonano di nuovo alla porta.
    “Scusate ma ho un forte dolore al petto. Sarà il cuore?”.
    Triage, parametri, visita, esami...
    “Forse mi sono spaventato per nulla, cosa dice lei infermiera?”
    “Dico che è normale spaventarsi in queste situazioni. Ora cerchi di rilassarsi.”
    “Quindi anche lei si sarebbe preoccupata? Anche lei sarebbe andata in un pronto soccorso? Perché ora ho meno male. Sta a vedere che ho messo in moto un putiferio per nulla.”
    “Ma cosa dice? Quale putiferio? E comunque anch'io mi sarei preoccupata e mi sarei fatta vedere in un pronto soccorso. Ma le ripeto di stare tranquillo. Ora aspettiamo il risultato degli esami.”

    Ogni volta che dico ad un paziente di stare tranquillo mi sento un po' stupida. Come si fa a stare tranquilli quando, come nel suo caso, senti un'oppressione e dolore al torace? Eppure anche questo  è un mio compito, cercare di infondere tranquillità al paziente. Non è facile, soprattutto quando non sono tranquilla io. Molto spesso mi sento bugiarda, recito una parte, la parte che in quel momento mi viene data. Riuscirò a recitarla per sempre? Mi daranno ancora questa opportunità? L’elettrocardiogramma e gli enzimi cardiaci parlano chiaro: è un infarto. Aspettiamo il cardiologo, si organizza il trasporto verso l’Unità Coronarica dell’ospedale più vicino.
    “Mi aveva detto che dovevo stare tranquillo e invece mi devo preoccupare cara infermiera.”
    “E glielo dico ancora, deve stare tranquillo. Andrà tutto per il meglio. Abbiamo già fatto il necessario qui e nel reparto dove andrà finiranno il nostro lavoro.”
    Il paziente mi stringe la mano: “Spero che sia come dice lei ma la paura rimane.”

    Arrivano le 7 del mattino, la notte è passata. Ho freddo, ho sonno e fame.
    Vado nello spogliatoio, apro lo stipetto, esce fuori quella dannata Ansia che mi chiede: “IP:PS=X:PPI?”. Mi cambio, le chiudo la porta in faccia e me ne torno a casa.

    I giorni passano, come i mesi e dopo un periodo di pochi accessi registriamo un'affluenza maggiore di persone rispetto a prima. La gente ha capito che non siamo chiusi. La gente, quella che veniva a piedi, si rivolge a noi esattamente come prima.

    “Quindi potresti rispondermi: IP:PS=X:PPI?”. L'Ansia ritorna alla carica.
    “No, non ti rispondo ancora cara Ansia, non ho ancora studiato abbastanza.”

    Turno mattino, ore 7. Le colleghe smontanti dalla notte mi passano le consegne:
    paziente OBI letto 1, uomo. Dolore toracico, stamattina ripete enzimi cardiaci. Il paziente è arrivato di notte alle ore due con i propri mezzi.
  • paziente OBI letto 3, donna. Ricovero sociale. I vigili avvisati da dei vicini di casa delle pessime condizioni igieniche in cui vivevano la signora e sua figlia, hanno disposto il ricovero della donna. È stata portata presso il nostro PPI nel pomeriggio. Madre e figlia fortemente depresse soffrono della sindrome dell’accumulo. L’appartamento in cui vivevano era quasi completamente ricoperto di rifiuti, con l’impianto elettrico non a norma. La paziente è obesa con una grave insufficienza venosa agli arti inferiori. In mattinata è stata predisposta una visita specialistica dall’angiologo presso l’ospedale a mezz’ora di distanza da noi, che è il nostro punto di riferimento. Deve anche eseguire i soliti controlli ematici di routine.

    Salutate le colleghe entro in astanteria per eseguire i prelievi richiesti dal medico. Il paziente uomo mi dice di aver dormito poco a causa della sua vicina di letto che sì è lamentata quasi tutta la notte. A dire il vero non ha ancora smesso e soprattutto non parla ma urla. La signora è davvero in cattive condizione igieniche. Ha le gambe molto gonfie e il suo stato di obesità non le permette di sollevarsi da sola dal letto. Si lamenta in continuazione. Non vuole sottoporsi al prelievo venoso e cerca, disperata, la figlia. Le spiego che la figlia arriverà in mattinata e che ha passato la notte presso una struttura gestita dai preti. Cerco di farle capire che il prelievo del sangue è importante per la sua salute, in questo modo il medico, dopo i risultati, potrà impostarle una terapia adeguata.
    La signora è testarda non vuole sentire ragioni. Richiede della figlia. Non vuole neanche eseguire la visita dall’angiologo. Si agita nel letto e io cerco aiuto per evitare che caschi a terra e per sollevarla, in modo che, in posizione semi seduta, possa respirare meglio. Siamo tutti intorno a lei: io, il medico e l'OSS****.
    Facciamo fatica a cambiarla e a sollevarla.
    “Questa paziente sì che avrebbero dovuto ricoverarla presso una struttura ospedaliera più consona. Almeno avrebbe avuto tutti i consulenti a portata di mano. Come si fa a caricarla e scaricarla dall'ambulanza? Poverina che disagio sarà per lei.” Afferma il medico mentre si lava le mani.
    “Ora vediamo se si calma un po' e poi provo nuovamente ad avvicinarmi e parlarle, magari insieme alla figlia quando arriverà.” Rispondo io.

    Ma la signora non si calma, anzi con l'arrivo della figlia si agita ancora di più. Sono l'unica infermiera in turno, ho altri pazienti da seguire. La gente ha capito che non siamo chiusi e, come avevamo previsto, alcuni codici gialli per cause di forza maggiore vengono trasportati nel nostro PPI. Cerco di spiegarlo alla signora ma lei vorrebbe sempre che io stessi con lei.
    Provo ad alzare la voce e ad usare un tono più duro: “Signora, insomma non è l'unica ad aver bisogno di me, cerchi di capire, non posso stare tutto il tempo vicino a lei.”
    Purtroppo anche aver provato ad essere meno morbida non è valso a nulla. La signora continua imperterrita ad urlare e la figlia scoppia a piangere.
    Vorrei che quella piccola suora fosse vicino a me, magari lei troverebbe le parole giuste. Ma sono sola, sola con la mia divisa bianca, che mi è stata calpestata a dovere. Lasciamo urlare la signora. Io e il medico non abbiamo scelta.

    Posso permettermi una pausa ed entro in cucina, prendo lo yogurt che mi sono portata da casa, mi siedo e inizio con voracità a mangiarlo. È fresco e sento che mi fa bene alla gola mentre deglutisco. Quando oramai il contenitore è vuoto e non c'è più nulla da raschiare con il cucchiaino, sul fondo del vasetto mi rivedo ancora con quel velo in testa, quando ero un'allieva. E io sognavo di fare infermiera.

    La mattinata passa tra una colica renale, un attacco ipertensivo, una reazione allergica e diversi traumi. Sono le 13. Suonano alla porta. Vedo entrare una signora che timidamente mi dice: “Mi scusi se disturbiamo, noi non siamo di qui ma avremmo un problema. Vede mia figlia...” E in quel momento entra la figlia. “Si è trovata questa cosa...”.
    La figlia è una ragazza di vent'anni attaccata ad una bomboletta dell'ossigeno a causa di una malformazione polmonare presente fin dalla nascita.
    Non parla perché non può parlare: è muta.
    Non sente perché non può sentire: è sorda.
    Ma vede, accidenti se vede! È in questo modo che comunica, attraverso i suoi occhi.
    Dico alla signora di aspettare un attimo e la invito ad accomodarsi in sala d'attesa. Poco dopo faccio entrare la ragazza con la madre in sala visita. Sento che devo dire qualcosa a quella ragazza, non posso stare zitta. Noto che ha mani e unghie bellissime.
    Ma è sorda! Come faccio?
    Le prendo le mani e le stringo alle mie. Cerco con la mimica del viso di farle capire quanto mi piacciono le sue unghie così colorate, le sue mani così morbide e lunghe. La ragazza mi stringe forte le mani e con gli occhi umidi mi sorride. La madre è sollevata dal sentirsi dire dal medico che quella piccola eruzione sul viso della figlia non è niente di infettivo e mi ringrazia per aver fatto capire alla sua bambina che mi piacevano le sue mani. Così la chiama: -la sua bambina-.
    Mi dice che per sua figlia le mani e le unghie sono il suo vanto, il suo sentirsi bella. Gliele cura la nipote. A sua figlia vogliono bene tutti. Si commuove e mi racconta il calvario, quello suo, di sua figlia e di tutta la sua famiglia, che non le ha fatto mai mancare l'affetto e l'aiuto. Mi informa anche che sono ospiti da amici che volevano tanto stare un po' in loro compagnia e che questa permanenza da loro giova molto all'umore della figlia. Mi spiega dove abitano nel caso volessi andarli a trovare. Le rispondo che non mi sarei potuta presentare a casa loro con delle mani e unghie così brutte come le mie. La signora si mette a ridere e spiega alla figlia cose le ho appena detto. La ragazza ride di gusto. Mi chiede cosa siano le urla che sente arrivare dalla stanza vicino. Le rispondo che nella stanza accanto è ricoverata una signora che non sta bene psicologicamente.

    “La capisco, anch'io a volte avrei voluto urlare, ma ci sono casi e situazioni in cui potersi permettere di urlare è un lusso. Ho soppresso tutti gli urli quando ero chiusa in casa con mia figlia per non farmi sentire da mio marito e da mia madre. A volte però uscivo, prendevo la macchina e appena ero fuori città in auto urlavo come una matta e piangevo fino a finire le lacrime. Poi sa cosa succede infermiera? Per assurdo anche il dolore inizia a farti compagnia, quasi ti scalda. Ci sono stati giorni che ho odiato le mie amiche che avevano messo al mondo figli normali. Quando passavo davanti alla scuola e vedevo tutti quei marmocchi correre e sbraitare bestemmiavo. Poi ho capito che l'unica ancora di salvezza non era bestemmiare e odiare gli altri ma accettare la malattia di mia figlia, altrimenti non avrei mai accettato lei. E mia figlia è la mia vita, il mio mondo che non cambierei con nessuno e per nessun motivo al mondo. Lei ha figli?”
    Cerco di ingoiare saliva e lacrime e di farmi uscire una voce decente e le rispondo: “Sì, ho una figlia quasi maggiorenne. Ma noi siamo state fortunate... mia figlia... ecco lei sta bene... io sono una mamma fortunata.”

    La signora capisce il mio disagio e il mio imbarazzo nel dire certe cose.

    “Ma guardi che non deve sentirsi in colpa se sua figlia è nata sana. Cosa fa, studia?”
    “Sì studia, fa il liceo classico.”
    “Fortunata? Io dico proprio di no. Ma povera ragazza come fa ad essere fortunata se deve studiare greco e latino?”.

    Quella donna dopo avermi strappato un sorriso prende a braccetto la figlia, mi dà la mano e ringraziandomi se ne va. Io stringo a pugno la mia mano appena lasciata dalla sua presa e me la infilo in tasca, voglio sentire ancora quel calore, il calore di una madre con un cuore che batte al tempo del suo dolore.

    Sono le 14 e arriva il cambio. Sento che oggi potrei rispondere all'Ansia, forse potrei risolvere la proporzione. Ma ho ancora bisogno di rivedermi con il velo, quando con i miei vent'anni ero un'allieva. E io sognavo di fare l'infermiera.

    E dopo il turno del mattino, l'indomani arriva il turno del pomeriggio.
    In OBI tre pazienti, due traumi cranici che devono fare i soliti controlli TAC***** e una tachicardia in attesa di consulenza cardiologica.

    La mattinata è stata intensa e i colleghi sono proprio contenti di vedere il loro cambio. Chiedo notizie della signora con la sindrome dell'accumulo e della figlia. Mi dicono che sono state portate in un alloggio del comune. La signora era più calma quando i militi sono venuti a prenderla per portarla nella sua nuova destinazione, la figlia invece era più che altro rassegnata. Mi chiedo cosa ne potrà essere di quella ragazza con un peso già così pesante sulle spalle, un peso che ogni giorno sicuramente la schiacciava portandola in un tunnel dove la luce certo non poteva vedere e soprattutto attendere.

    Suonano alla porta, una signora tiene a braccetto una ragazza visivamente sofferente.
    “Ha male alla pancia e allo stomaco, dice di sentirsi come se non avesse digerito e ha la febbre a 38. Sarà appendicite?”
    “Vediamo signora, intanto la facciamo coricare. Lei è una parente? La ragazza è maggiorenne?”. “Sono la madre e ha diciotto anni. Lo so, sembra più giovane.”
    “Sembra davvero una bambina. Allora visto che è maggiorenne faccio accomodare in sala da visita solo sua figlia. Lei signora, invece, si accomodi in sala d'attesa. Appena il medico riesce a fare una prima diagnosi le diciamo senz'altro qualcosa.”
    La madre non è contenta di lasciare la figlia sola alle nostre cure, sentimento condivisibile e normale. Eseguo il triage, il prelievo del sangue e un elettrocardiogramma. Il medico viene a visitare la ragazza e dall'esame clinico e dalla palpazione addominale sembra proprio un caso di appendicite. Un'ecografia e gli esami del sangue ne daranno la conferma e fortunatamente la ragazza in seguito alla terapia infusionale sta meglio. Il medico spiega la situazione sia alla paziente che alla madre.
    “Come trasferirla in un altro ospedale? Perché non possono operarla qui? Se i globuli bianchi sono così alti può diventare pericoloso aspettare!” Afferma la madre dopo che il medico l'ha informata sia sulla diagnosi e sulla necessità di ricovero presso l'ospedale più vicino al nostro nosocomio, nostro punto di riferimento.
    “Signora, in questo ospedale la chirurgia non c'è più.” Le spiega il medico.
    “Ma cosa dice? Il mio vicino di casa è stato operato qualche giorno fa!”
    “Signora sarà stato operato da uno degli specialisti che ora operano nella Day Surgery, ex Chirurgia Generale. Di cosa l'hanno operato?”
    “Al piede”.
    “Ecco vede, non di appendice.”
    “Ma è pur sempre chirurgia.”
    “Sì signora, ma è un altro tipo di intervento, dove non serve la degenza ospedaliera.”
    “Ma se ha dormito qui una notte.”
    “In certi casi dormono in reparto una notte ma quell'intervento ha una complessità diversa e minore. L'anestesia è spinale non generale.”
    “Oh quanti discorsi che fa caro dottore. È che qui non si ha più voglia di fare nulla.”
    “Signora, non dica così. Queste cose non dipendono da noi. Sono frutto di decisioni prese da persone che stanno ai vertici e che...” Cerco di spiegarle io, per aiutare il medico a venire fuori da quella malsana situazione che si era venuta a creare tra lui e la madre della ragazza.
    La signora però mi interrompe dicendomi che era inutile fare tante parole. Si rivolge alla figlia mettendole una mano sulla fronte: “Cosa facciamo Roberta? Dimmelo tu.”
    “Mamma, se devo essere operata farò come dicono loro. Lo so c'è il problema di papà ma io in pochi giorni dovrei cavarmela.”
    “Che problema ha il tuo papà?” Le chiedo io.
    “Ha avuto un ictus. È sulla sedia rotelle. Ora è con mia zia.”
    “Mi dispiace... ma è vero, in pochi giorni tornerai a casa.”
    “Allora signora, posso organizzare il trasferimento? Prima facciamo prima troviamo un'ambulanza che porterà a destinazione sua figlia.”
    La signora annuisce ma è visivamente scossa. La guardo e mi rendo conto che questa sarà la goccia che farà traboccare il vaso, il vaso della sua vita, dove per ora era riuscita a tenere tutto, tutto il suo dolore e le sue lacrime. Mi guarda anche lei e sospira esattamente come sospiro io: “Sa com'è infermiera, sono un po' stanca ora.”
    “Lo immagino e comprendo il suo stato d'animo ma davvero in pochi giorni si risolverà tutto. Tenga duro ancora un po'.”
    “L'ambulanza arriverà tra mezz'ora.” Afferma l'OSS.
    “Abito qui di fronte, faccio in tempo ad andare a prendere un po' di biancheria per mia figlia. Io la seguo in macchina giusto?”
    “Certo vada pure e se la segue in macchina è meglio, così almeno poi potrà tornare a casa con più comodità. I militi dell'ambulanza lasciano la paziente in reparto e tornano subito indietro.”
    “Allora vado e torno, e mi scusi se prima sono stata maleducata ma vede...”
    Interrompo la signora: “Non mi deve nessuna spiegazione, sono madre anche io...”
    La signora mi accenna un sorriso ed esce dal nostro PPI.

    “Tra una parola e un'altra abbiamo perso un'ora con questa signora. Se avesse acconsentito subito, che poi la figlia era pure maggiorenne... che carosello ogni volta che dobbiamo trasferire qualcuno!” Mi dice il medico.
    “Sì, un vero carosello.” Confermo io, continuando: “Ma mettiti al posto della madre. Ti saresti comportato diversamente? Noi siamo da questa parte delle mura ospedaliere e diamo per scontato tutto, agiamo per protocolli standardizzati. Ma al di là del muro ci sono persone che dei nostri protocolli non se ne fanno nulla. La loro vita non è un protocollo d'intervento o d'azione. Spesso è anche una miseria di vita. Cosa sarà mai un po' di carosello? In fondo ci pagano anche per questo.”

    Vado in bagno, mi lavo le mani e mi guardo allo specchio: “Senti infermiera, tra un carosello e l'altro, la proporzione la risolvi o devo aspettare ancora?”.
    “Dannata Ansia! Ancora no, è ancora troppo presto”.
    Chiudo gli occhi, li riapro e mi rivedo nello specchio con il velo in testa. E io sognavo di fare l'infermiera.

    Una zecca, una ferita al palmo della mano da suturare, un dolore toracico, una colica renale, una cefalea resistente agli analgesici...

    “E meno male che eravamo chiusi!” Afferma l'OSS.
    “Già meno male che la gente ha capito, speriamo lo comprendano gli altri che non tutti i pazienti arrivano in ambulanza.” Le rispondo io.
    “Ecco hai parlato e ne arriva una, speriamo non sia qualcuno che necessiti di ricovero visto che non ci sono posti letto liberi in Medicina.” Afferma la mia collega.

    “Ci hanno dato un codice verde e ci hanno detto di portare il paziente qui. Era in casa di riposo. Hanno visto che non respirava tanto bene, sta arrivando la figlia.” Ci spiega un milite.
    Il paziente è un uomo di ottant'anni, dispnoico e molto sudato. Nella cartella di accompagnamento, consegnata ai militi dal personale della casa di riposo, risulta che il paziente è affetto da BPCO******, operato vent'anni fa per un carcinoma polmonare. La mia collega esegue il triage, io mi occupo del paziente. Lo osservo meglio e mi pare che abbia anche un colorito tendente al giallo, proprio come il colore di accesso che giustamente gli ha dato la mia collega. Arriva il medico che nota subito l'ittero e si appresta a guardare la documentazione. Io intanto rilevo i parametri vitali, eseguo il prelievo arterioso per l'emogasanalisi, per poi passare a quello venoso e finire con l'elettrocardiogramma. Eseguito il tutto lo portiamo in sala e dai risultati dell'emogasanalisi ha bisogno di ossigeno. Il medico imposta la terapia per cercare di farlo respirare meglio. Posizioniamo anche un catetere vescicale. Arriva la figlia che chiede notizie, è molto preoccupata. Ci riferisce che il padre negli ultimi mesi era sempre più inappetente e che ha perso del peso. Per lei il giorno prima non era così giallo. È contenta che l'abbiano portato da noi così almeno ce l'ha più vicino a casa.

    'Ecco ci siamo.' Penso io. 'Ora inizia un altro carosello, quando il medico le dirà che qui non ci sono posti letto e che dovrà trasferirlo nell'ospedale più vicino.'

    “Come trasferirlo? Non potete tenerlo qui? Ma roba da matti.”
    “Non posso tenere un paziente in queste condizioni su una barella e non posso dimettere uno dei pazienti che ho nei tre letti di astanteria. Staranno in osservazione fino a domani. E poi signora suo padre ha bisogno di essere ricoverato in un reparto di competenza. Ha bisogno di essere seguito da degli internisti.”.
    “Ma lui ci sta su una barella. Chiamate gli internisti qui!”.
    “Signora, non funziona così, cerchi di capire quello che le sto dicendo.”

    La figlia scoppia a piangere ma non può far altro che accettare. Il medico contatta la Divisione di Medicina del nostro ospedale di riferimento ma neanche lì hanno letti ed è costretto ad appoggiare quel povero uomo nel reparto di Ortopedia.
    “Ma come in Ortopedia? Ma se lei mi ha detto che mio padre ha bisogno di cure internistiche. Ma non lo vede che sta male? Ma perché non me lo lasciate qui per mandarlo in un reparto ortopedico?”
    “Signora, suo padre avrà ugualmente le cure adeguate, semplicemente starà in un letto di un'altra Divisione perché nella Divisione di Medicina non ci sono posti.”
    “E non potete metterlo in Chirurgia qui al piano di sopra? Cosa cambia?”
    “No signora, non possiamo perché la nostra Chirurgia non è più una Chirurgia Generale ma una Day Surgery. È diverso ora e non possono tenere pazienti con certe problematiche.”
    “Ah certo, per voi è tutto così facile, ma per chi sta male invece non lo è. Comunque mi sembra di capire che non abbiamo scelta. L'ambulanza ci metterà tanto ad arrivare?”. La figlia così dicendo si siede vicino al padre  e gli stringe la mano. Ecco il carosello è finito. La donna ha ammesso la sua sconfitta e la sua resa.

    “Che fatica che facciamo ogni volta che dobbiamo ricoverare qualcuno.” Mi dice la mia collega.
    “Già proprio così.” Le rispondo io, ma sorridendo continuo: “Ma almeno è andata anche questa.”

    “Eh no, Accidenti!” Sentiamo esclamare dal medico.
    “Cosa succede?” Chiedo io.
    “Non mi fa proseguire nella cartella di ricovero... guarda, vieni a vedere.”

    È vero la cartella è bloccata. Il sistema informatico fa i capricci. Un altro carosello, un secondo tipo di carosello che comporta nervosismi, telefonate, attese con la conseguenza che i militi, che sono venuti a prendere il paziente, sono costretti ad aspettare.
    Il paziente è costretto ad aspettare.
    La figlia del paziente è costretta ad aspettare.
    Tutti siamo costretti  ad aspettare.
    Poi il miracolo: il medico riesce a chiudere la cartella di trasferimento e mi chiede se per cortesia riconsegno alla figlia tutta la documentazione medica del padre.
    Vado dalla signora, il suo viso è bagnato dalle lacrime. Il padre si è addormentato, forse avrebbe bisogno di addormentarsi anche lei. Le consegno la documentazione.
    “Finalmente possiamo andare... però che disastro questo sistema informatico.” Mi dice la donna.
    “Ci scusi signora, purtroppo non dipende da noi nemmeno questo. Abbiamo cercato di ripristinare il tutto più velocemente possibile.”
    “Non ce l'ho con voi, ho capito benissimo. Ma la stanchezza e la tristezza stanno prendendo il sopravvento su di me. Vede, infermiera, ho dovuto mettere mio padre in quella casa di riposo perché con il lavoro e la famiglia non riuscivo proprio a gestirlo. Mia madre è morta dieci anni fa.”
    “Certo signora, capisco che a volte non si può fare diversamente.”
    “È che fa male tutto questo. Chissà dove lo metteranno ora, si sentirà di nuovo abbandonato. Io poi lavoro fuori zona, spero di riuscire a fargli visita tutti i giorni. La mia collega è incinta e proprio oggi si fermava in maternità. Non potrò chiedere tanti permessi. Che tristezza.”

    Annuisco, non posso far altro che annuire. Ma dentro... ecco dentro urlo. Vado al computer e guardo il monitor per vedere se tutto ha ripreso a funzionare nel modo giusto e nel vetro del monitor mi rivedo con quel velo in testa. E io sognavo di fare l'infermiera.

    Ambulanza e paziente sono in viaggio. Io invece no, rimango lì dove sono, in quella stanza, in quel PPI dove lavoro, tra le barelle e la sala da rimettere in ordine, con un bancone da rifornire di materiale. Rimango lì con un turno che sta per finire, con il prossimo che ricomincerà, con il medico che parla con un suo collega per una consulenza ad un paziente in OBI, con il campanello che suona e che annuncia l'arrivo di un nuovo caso e forse chissà di un nuovo carosello. È questo oramai il mio quotidiano infermieristico che si svolge su questo palcoscenico. Cattivi o bravi attori dobbiamo recitare qui. Quello che si svolge dietro alle quinte non ha importanza. L'importante è stare su questo palco e cercare di mandare avanti la baracca. Ma dietro a queste quinte rimangono le mie perplessità, le mie emozioni, i miei sentimenti. Un buon attore non dovrebbe avere uno stato d'animo tale, ma io sono solo un'infermiera, anche se quel -solo- per me vuol dire tantissimo. C'è quella parte di me, quella parte infermieristica che non riesce a fare l'Operatore Collaboratore Professionale Sanitario Infermiere come c'è scritto sul cartellino appeso alla tasca della divisa, ma un'infermiera con ancora quel velo in testa, che ascolta ed elabora attraverso un cuore collegato al suo cervello.
    E c'è stato un tempo in cui il sogno era diventato realtà. Una realtà che permetteva di eseguire la terapia con calma, quando con i pazienti ci potevi parlare, quando tutto si svolgeva con una certa logica e con meno difficoltà, quando si scriveva su un foglio e l'unica cosa che si poteva inceppare era la penna e non il sistema informatico. Quando per ricoverare un paziente bastava scrivere: ricoverato in.
    Ma nulla dura in eterno e tutto si trasforma. Almeno così dicono.
    Io dico che ci sono cose e cose, alcune dovrebbero cambiare solo in meglio.
    Nel mio quotidiano infermieristico ho imparato che per capire esattamente le cose bisognerebbe prima provarle. Se fosse così non mi troverei in questa situazione che mi rende amareggiata dentro.
    Se fosse così questo declassamento non sarebbe mai avvenuto.

    Il turno è finito. Sono nello spogliatoio, l'Ansia è sempre lì ad aspettarmi. La colgo impreparata è convinta che anche oggi non risolverò la proporzione. Invece no!
    Prendo un foglio, una penna e scrivo:  
    Problema : IP:PS=X:PPI ?
    Soluzione:  IP:PS=IP:PPI
    Spiegazione: in qualsiasi posto lavorerò io sarò sempre un'infermiera. Consegno il compito all'Ansia, senza aspettare il voto. Per me è giusto così. Mi cambio ed esco dallo spogliatoio.

    Sì, c'è stato un tempo che sognavo di fare l'infermiera.
    Ora, purtroppo, per come è diventato il mio quotidiano infermieristico, ho ripreso a sognarlo ancora.


    Legenda:
    *Punto di Primo Intervento
    ** IP= Infermiere professionale      
        PS= Pronto Soccorso
    ***      OBI= Osservazione Breve Intensiva
    ****    OSS= Operatore Socio Sanitario
    *****  TAC= Tomografia Assiale Computerizzata
    ******BPCO= Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva
     
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